Mille anni fa ho scritto e illustrato un racconto per ragazzi. Doveva essere il primo di una serie intitolata Via delle Babbucce, queste le note editoriali —
Tra i palazzoni grigi di via delle Babbucce lo strano cane dell’Ivarda, con la pancia a colori, è un piccolo tesoro che suscita la meraviglia e l’invidia dei vicini. Poco importa che sia vero o solo un fantasioso prodotto dell’arteriosclerosi, è sempre meglio della solita televisione.
In una cornice di case popolari e nonnetti in bilico tra visionaria saggezza e rincoglionimento, una storia agrodolce per i bambini che iniziano a esplorare le realtà sociali e i genitori che li accompagnano.















Bello vero? E invece no, cacato zero. Ho presentato l’idea a vari illustri editori che o hanno proprio schifato lo stile (troppo cyber punk, sic) o molto gentilmente mi hanno fatto capire quanto poco avrebbero pagato il mio lavoro.
Leggetelo allora qui e gratis, tanto ormai ci ho rinunciato. Magari, se vi piace, datemi almeno una pacca sulla spalla.